Manifesto Capitalista – introduzione al capitalismo inclusivo

Mortimer Adler nel 1958 scriveva una densissima prefazione al “Manifesto Capitalista” di Louis Kelso, attribuendo però a quest ultimo tutto il merito per il contenuto dell’opera, per cui egli rifiutava ogni credito. La teoria del capitalismo, che io amo definire “inclusivo”, fu progressivamente definita da Louis Kelso in diverse opere, di cui le due principali – “The Capitalist Manifesto”“The New Capitalists” – sono disponibili gratuitamente on-line, ma solo in lingua inglese, non essendo mai state tradotte in italiano.

L’idea di proporre il programma rivoluzionario del capitalismo inclusivo, basato sulla teoria binaria dell’economia, con il mezzo di un manifesto è da attribuire allo stesso Adler, mentre la teoria di base è il prodotto del lavoro personale della riflessione di Kelso.

L’obiettivo era far comprendere il nuovo capitalismo al mondo occidentale, in quanto faro della società democratica del mondo che solo si proponeva l’obiettivo di creare una società pienamente libera e giusta per tutti gli uomini, nell’ottica di una nuova concezione del diritto umano alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.

L’assioma da cui partire è che la democrazia rappresenta, con tutti i suoi difetti, l’unica forma di governo in grado di assicurare un trattamento giusto al popolo. Ma un nuovo passo di consapevolezza è costituito dalla convinzione che nessun governo autenticamente democratico può fiorire in mancanza di certe condizioni economiche.

La democrazia richiede un’economia che supporti gli ideali politici di libertà ed eguaglianza per tutti. Gli esseri umani non possono esercitare la loro libertà politica se sono privi di mezzi economici.

John Adams e Alexander Hamilton osservavano che un uomo che dipenda per la propria sussistenza dall’arbitrio di un altro non si può dire “economicamente libero” e, pertanto, non dovrebbe essere ammesso alla cittadinanza perché non può fare uso della sua libertà politica, che è preclusa dal suo stato. Se questa affermazione fosse stata una predizione, sarebbe oggi confermata dai fatti. Progressivamente le classi lavoratrici sono state asservite ovunque alla politica, anche in seguito alla loro progressiva emancipazione economica dalla schiavitù e dalle servitù, restando esse dipendenti, in senso sostanziale, dai propri datori di lavoro.

La controparte economica della democrazia politica è, dunque, la “democrazia economica”, che è ad essa necessaria e preliminare.

La “democrazia economica” di cui parlano Adler e Kelso nel manifesto capitalista deve avere due premesse: 1) libertà economica: cioè l’abolizione di tutte le schiavitù, servitù o dipendenze economiche 2) eguaglianza economica: cioè il godimento da parte di tutti gli uomini dello stesso stato economico e, di conseguenza, delle medesime opportunità di condurre una vita dignitosa.

La prima esigenza è di più immediata comprensione. Nessun uomo economicamente libero dovrebbe lavorare come schiavo di proprietà di un altro, ovviamente. Ma questa previsione, in gran parte già adottata nel mondo occidentale contemporaneo, non sembra essere sufficiente. In tutto il mondo pre-industriale del passato, la libertà economica era legata al possesso di una proprietà sufficientemente grande da consentire ad un uomo di ottenere la proprie sussistenza senza ricorso al lavoro manuale.

Nelle repubbliche oligarchiche o feudali del passato, i pochi che godevano della libertà politica (cittadinanza o lignaggio) erano sempre uomini che potevano disporre di mezzi di sostentamento diversi dal lavoro.

Il principio del suffragio universale nelle moderne repubbliche conferisce ora la libertà politica a tutti. Ma tale libertà è effettiva solo quando è accompagnata da un certo grado di libertà economica e la società contemporanea è chiamata a confrontarsi con la sfida di creare una società in cui  tutti i membri della famiglia umana possano avere un certo livello di indipendenza economica e sicurezza, che sia comparabile a quella che quei pochi uomini godevano nel passato.

il secondo requisito, “eguaglianza economica”, è anche più complesso.

Innanzi tutto, eguaglianza economica non può significare eguaglianza di proprietà, esattamente come l’eguaglianza politica non significa eguaglianza di ruoli nella società.

Allo stesso modo, come consideriamo l’idea di politica democratica come la creazione di una società priva di classi in cui l’aristocrazia dei leader scelta a rotazione in base al consenso, così considereremo una economica democratica quella in cui una società priva di classi possa essere governata da amministratori scelti a rotazione in base al merito.

Adler ammette, nell’introduzione al manifesto, che quando ha iniziato a leggere queste teorie, faceva molta fatica a pensare che quello che conosciamo come “capitalismo” potesse stabilire questo tipo di democrazia economica che veniva richiesta dalla democrazia politica come controparte.

Le ragioni dei dubbi di Adler, che sono anche quelle di chiunque si approcci al problema, sono da ricercare nel modo comune di intendere la parola “capitalismo”, che è spesso intrappolata nella gabbia di critiche che sono state mosse negli ultimi due secoli non solo da Marx e dai socialisti, anche da Papa Leone XII e Pio XI, dai filosofi sociali e dai pensatori più vari, come Alexis de Tocqueville, Horace Mann, Henry George, Theodore Roosevelt, Woodrow Wilson, Hilaire Belloc, Jacques Maritain, Amintore Fanfani e Karl Polanyi.

E a rendere più credibili queste critiche, occorre ricordare che tra questi solo Marx, Engels e i loro seguaci proponevano il comunismo come rimedio.

Ma questi uomini non criticavano il capitalismo come teoria economica, ma l’esperienza del diciannovesimo secolo come in quell’epoca si manifestava in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Il motivo era semplice. Il capitalismo del diciannovesimo secolo era ingiusto e nessuno può negarlo.

Ma c’è ancora la domanda: “l’idea del capitalismo è intrinsecamente legata a quell’esperienza o si è trattato di un abuso storicamente limitato in quel secolo come ce ne sono stati nella storia in ogni epoca?”.

La risposta a questa domanda, nell’introduzione di Adler, passa per l’analisi del sistema socialista, che per antonomasia era ritenuto negli anni ’50 l’alternativa al capitalismo.

Il manifesto del partito comunista di Marx e Engels aveva paventato una via per la creazione di quella “società priva di classi” che sarebbe premessa di una società economicamente libera. Il Comunismo realizzava l’abolizione delle classi attraverso l’eliminazione della classe borghese dei “padroni” in una società divisa tra padroni e lavoratori, oppressori ed oppressi, così da costituire una “dittatura del proletariato” in cui lo Stato eletto dai cittadini, tutti proletari, sarebbe stato l’unico proprietario di tutti i mezzi di produzione, così abolendo la divisione per classi rendendo tutti gli uomini “egualmente esposti al lavoro”.

La critica a questo sistema si basa sull’argomento puramente economico secondo il quale un tale sistema sarebbe inidoneo a creare una società davvero priva di classi.

Se gli uomini divengono dipendenti per il loro sostentamento dall’arbitro dello stato e dei suoi burocrati, che gestiscono i mezzi di produzione di proprietà pubblica, restano alla fine egualmente dipendenti e non liberi di quanto non lo fossero sotto l’arbitrio dei padroni privati.

Inoltre il concetto di eguale contribuzione attraverso il lavoro, che è un principio base del programma comunista, inibisce, anziché stimolare, la libertà economica. La società priva di classi comunista è, dunque, difficilmente comparabile alla democrazia economica di cui parlava Adler, come controparte della democrazia politica.

Ma anche quanto proposto dai sostenitori del capitalismo non aveva offerto, almeno in un primo momento, un programma capace di costituire la società economicamente libera e priva di classi, in cui il merito fosse il solo discrimine tra gli esseri umani. Non avevano proposto una “rivoluzione capitalista” in opposizione a quella comunista, che proponesse i veri principi del capitalismo e producesse quella democrazia economica di cui si sentiva il bisogno.

A partire da Theodore Roosvelt e Woodrow Wilson, in America, il capitalismo aveva determinato una notevole trsformazione nella società e le varie amministrazioni avevano reagito in un modo tale da far dubitare che l’America fosse destinata a restare un paese Capitalista. Ma la verità storica è che proprio quelle trasformazioni avevano sventato la profezia di Marx, secondo il quale il capitalismo sarebbe stato distrutto dalle divisioni che esso stesso generava tra produzione e consumo. L’intervento di legislazione molto restrittiva e assistenziale faceva dubitare, già negli anni ’50, se il capitalismo americano non fosse solo “una delle molte vie al socialismo”.

Sospetto non molto sconosciuto agli stessi Americani. Molti, soprattutto gli oppositori del New Deal, lo hanno manifestato essi stessi. Deploravano “lo strisciante socialismo” che stava pian piano corrodendo, se non rivoltando, le istituzioni ed i principi del capitalismo. E questa considerazione, già vera in epoca così remota, sarebbe ancor più chiaramente vera oggi in un mondo in cui lo Stato sempre di più ovunque si appropria progressivamente dei mezzi di produzione.

Per comprendere cosa si intende per “socialismo strisciante”, occorre solo ricordare quali erano nel 1848 i dieci punti proposti da Marx e Engels per fare passi in avanti nella distruzione della proprietà privata e delle condizioni della produzione borghese. Le misure che essi proponevano per “rendere socialista” l’economia strappando il capitale ai borghesi e centralizzando tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello stato erano le seguenti:

  1. Abolizione della proprietà della terra ed utilizzo di tutte le rendite della terra per finalità pubbliche.
  2. Un forte e progressivo aumento della tassazione.
  3. Abolizione di tutti i diritti di successione.
  4. Confisca delle proprietà di tutti gli emigranti ed i ribelli.
  5. Centralizzazione del credito nelle mani dello Stato per mezzo di una banca centrale nazionale a capitale pubblico e con monopolio esclusivo.
  6. Centralizzazione di tutti i mezzi di comunicazione e trasporto nelle mani dello Stato.
  7. Estensione dei fattori e degli strumenti della produzione posseduti dallo stato; messa a frutto delle terre incolte e miglioramenti del suolo, generalmente in base ad un piano comune precostituito.
  8. Eguale contributo alla produzione attraverso il lavoro. Stabilimento di squadre industriali organizzate, specialmente per l’agricoltura.
  9. Combinazione dell’agricoltura con le industre manifatturiere; graduale abolizione della distinzione tra città e campagna grazie a una più equa distribuzione della popolazione nel paese.
  10. Eduzione gratuita per tutti i bambini nelle scuole pubbliche. Abolizione del lavoro minorile nella forma attuale. Combinazione dell’educazione con la produzione industriale.

John Stranchey, nel suo libro “Capitalismo Contemporaneo”, uno dei maggiori marxisti inglesi del ‘900, si riferisce all’economia industriale del diciannovesimo secolo come “capitalismo di primo stadio”, che era un sistema antecedente alla democrazia politica, agli avanzamenti tecnologici che accelerano la capitalizzazione e all’adozione, in tutto od in parte, di molte delle misure rivoluzionarie proposte da Marx.

Il capitalismo contemporaneo, invece, secondo lo stesso autore, sarebbe quello “di successivo stadio”, che non solo è tecnologicamente avanzato con un rapido fattore di accumulazione del capitale, non solo è condizionato dalla forma di governo democratica in occidente, ma è anche un capitalismo parzialmente “socialistizzato” grazie all’adozione del programma Marxista senza rivoluzione violenta.

Fine ultimo di questo processo è “l’ultimo stadio del Capitalismo”, cioè la completa socialistizzazione dell’economia industriale in cui lo Stato diventerà l’unico Capitalista, con la progressiva abolizzione della proprietà privata attraverso la nazionalizzazione dei mezzi di produzione.

L’analisi di Strachey non è lontana dalla realtà di quello che sta accadendo in tutto l’occidente.

La domanda è: dopo che questo sarà accaduto cosa succederà?

Milovan Djilas, nel libro “La nuova Classe”, evidenziava come, una volta appropriato tutto allo stato si avrà solo una nuova classe di capitalisti, i burocrati di partito, che appropriandosi dell’amministrazione dello Stato non potranno che affermare una forma totalitaria di governo in cui essi rappresentano i leader ed anche gli amministratori dell’economica.

La conclusione del ragionamento è che sarebbe il socialismo e non il capitalismo ad essere intrinsecamente incompatibile con la democrazia.

La teoria economica proposta da Louis Kelso, invece, propone di perfezionare il capitalismo sulla linea dei suoi stessi principi, senza introdurre correttivi dalla teoria socialista. Solo così si potrebbe creare quella società economicamente libera e priva di classi che possa supportare la democrazia politica e preservare le istituzioni di una società libera.

Ovviamente nessuno con un vago senso di giustizia o una minima devozione al sistema democratico si augurerebbe mai di tornare al capitalismo nella sua forma originale e primitiva. Ma è anche vero che, in una società in cui l’innovazione scientifica è costante e trasforma il mondo ogni giorno, la nostra attuale forma di stato, in parte socialista ed in parte capitalista, non può costituire, con molta evidenza, una forma definitiva che possa essere mantenuta molto a lungo in modo statico, dato che le sue due componenti, opposte, la rendono per definizione instabile.

La rivoluzione capitalista darebbe piena forza ai diritti di proprietà privata, dando allo stesso tempo armonia ai principi di giustizia economica. Questa rivoluzione è migliore della prima, perché, anche ammettendo che entrambe possano assicurare un parimenti alto tenore di vita, dove per tenore di vita si intende una esistenza benestante con comfort e beni della vita, comunque quella socialista non potrebbe garantire in aggiunta la libertà. E’ compatibile solo con la schiavitù ad uno Stato che assorbe tutto, esattamente come è accaduto in Unione Sovietica.

C’è tutta la differenza del mondo tra vivere e vivere bene. L’obiettivo della rivoluzione capitalista, come delineata da Kelso, non è il benessere economico in quanto tale, ma piuttosto una vita dignitosa per tutti, che non sacrifichi però la libertà per il benessere, che la assicuri a tutti insieme alla giustizia, che sottometta l’economica all’azione sociale delle persone, il governo delle cose al governo delle persone.

Riccardo Fratini

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