Tradizionalmente si intende che la cooperativa sia un fenomeno moderno, nato a Rochdale nel 1844 dall’esperienza della Rochdale Pioneers Society, di cui si tratterà in seguito. Se tale lettura, tuttavia, intercetta sicuramente una realtà, in quanto quella fu l’esperienza paradigmatica, esportata in seguito da intellettuali e politici in tutta Europa, che segnò l’inizio della cooperazione in senso moderno, è anche vero che l’Italia seguì un percorso parzialmente diverso, riallacciandosi con l’esperienza previgente del corporativismo medievale[1], a sua volta legato[2] all’antica esperienza dei collegia[3] del mondo latino.

Quando il movimento corporativo vedeva i suoi albori in Inghilterra, il mondo aveva da poco assistito all’evento per cui, il 14 Luglio di ogni anno, l’austero prof. F. Hegel interrompeva le lezioni all’Università di Berlino e con i suoi studenti stappava una bottiglia di vino rosso: si brindava alla rivoluzione francese, che egli considerava, a ragione, il più grande evento di svolta nella storia dell’umanità[4]. Se certamente questo evento fondamentale determinò il cambiamento di numerose istituzioni, diventate inadatte a governare il tessuto sociale profondamente mutato che si trovavano ad amministrare, dall’altro fu portatore inconsapevole, per ragioni storiche ed economiche, di una nuova crudele fase dello sfruttamento della forza lavoro.

Le ragioni storiche di tale fatto inconfutabile sono da ricercarsi nelle istanze di quella classe sociale che guidò, vinse e sfruttò la rivoluzione per sviluppare e diffondere in tutta Europa un proprio e nuovo modo di concepire la società: la borghesia industriale.[5] Tutti i valori contenuti nelle dichiarazioni dei diritti infatti, rifletto sempre e solo le esigenze di tale classe, che, sola, aveva la possibilità economica e culturale di elaborare un simile mutamento sociale, nonché di indurre il popolo francese ad attuarlo. La Dichiarazione[6] del 1789, da questo punto di vista, è molto significativa. L’art. 17 comma 2 decreta infatti che il diritto di proprietà è “sacro e inviolabile”, endiadi che attualmente, nell’ordinamento italiano vigente, è usata nei soli Patti Laternensi per indicare la persona del Sommo Pontefice. Questa disposizione consacra letteralmente il principale strumento dell’economia industriale e capitalista, che aveva reso possibile alla borghesia di emergere come vera forza trainante di tutte le nazioni civili. Il diritto di proprietà, dunque, è “venerando e venerato”, rende “maledetto o esecrato colui che non lo rispetta”[7]. Tutto insomma dipende dalla proprietà. È opportuno ricorda inoltre, che in questa fase anche l’accesso ai diritti politici si basa sulla proprietà: il sistema elettorale è censitario. Ovviamente non mancarono personaggi come Lagrand e Robespierre che si espressero contrariamente, ma di fatto prevale, come era scontato, la logica borghese, a cui la rivoluzione era già asservita all’indomani della presa della Bastiglia. In buona sostanza, pur diseguali per condizione economica e esercizio dei diritti, i cittadini sono uguali davanti alla legge. L’uguaglianza formale è infatti un altro postulato fondamentale della società borghese e capitalista, che celebra il contratto tra pari come forma perfetta di accordo tra esseri di pari dignità. “Qui dit contractuel dit juste” diviene infatti presto uno dei motti del secolo a venire, ormai intriso di sentimenti borghesi e lanciato verso il mondo industriale contemporaneo. Riconoscere invece che sussistevano diseguaglianze di fatto avrebbe reso necessari interventi legislativi di tutela, mentre il capitalismo si alimenta, almeno in questa fase, del maggior potere contrattuale del datore di lavoro rispetto al lavoratore, che diventa infatti proletario. L’uguaglianza predicata dalla rivoluzione era ed è dunque la sola sicurezza che l’ordinamento protegge egualmente tutte le posizioni giuridiche, anche e soprattutto dalle influenze dello Stato, oltre che dall’autotutela dei privati.

Altrettanto inconciliabile con la nuova concezione dello Stato e della Società erano tutti quegli enti intermedi che per secoli, nella società medievale, avevano contribuito ad un armonico sviluppo della società francese: confraternite, corporazioni, sindacati, collegi di lavoranti aggregati per mestiere, consorzi agrari, tutti questi enti non erano da ritenere compatibili con il modello unico dell’impresa borghese, che era basata sulla concorrenza. Il 14 giugno 1791 si votava in Francia la famigerata legge Le Chapelier, che toglieva ai lavoratori ogni diritto di associazione. La parabola rousseauiana che voleva ogni individuo disarmato e solo di fronte alla Volontà Generale era così completa. Isaac-René-Guy Le Chapelier era un deputato bretone, di Rennes, avvocato e uomo di legge, secondo il quale sarebbe stato il denaro il grande livellatore della vecchia società fondata sugli ordini. I misfatti della feudalità godettero di una sterminata letteratura; non c’era accidente che non venisse addebitato alla mancanza di una salutare «tabula rasa», fosse anche una moria di bestiame. E «tabula rasa» fu. Il 4 agosto 1789 fu votato il seguente decreto: «L’Assemblea nazionale distrugge interamente il registro feudale»[8]. La stessa legislazione, con il relativo bagaglio culturale, fu esportata in Italia da Napoleone con l’invasione del 1796 e, in seguito, consolidata durante tutto il tempo dell’occupazione fino al 1812. Di tali mutamenti si avrà riscontro anche nella legislazione dei regni pre-unitari dopo la morte di Napoleone[9].

La nascita del movimento cooperativo e la diffusione in Italia

La prima cooperativa in senso moderno fu la “Rochdale Pioneers Society”, la Società dei Probi Pionieri di Rochdale fondata nel 1844 da ventotto tra operai tessili e artigiani che, unendo i loro miseri averi (circa una sterlina a testa), si associarono con l’obiettivo iniziale di aprire uno spaccio cooperativo dove anche i più poveri potessero acquistare i generi di prima necessità: farina, zucchero, qualche candela, etc. Mettendo insieme le loro forze – pensavano i Pionieri – sarebbe stato più facile difendere il potere d’acquisto dei loro magri salari, e gli eventuali profitti ricavati dallo spaccio avrebbero potuto essere impiegati per creare nuovi posti di lavoro per i soci in difficoltà. L’iniziativa ebbe successo, e fu rapidamente seguita dall’apertura di una macelleria, poi di un negozio di stoffe e quindi di un mulino. Il più importante merito dei Pionieri di Rochdale fu quello di fissare nel loro statuto i principi fondamentali che tutt’oggi ispirano l’intero movimento cooperativo, come la condivisione fra i soci di valori e interessi, la democrazia interna (basata sul principio “una testa, un voto”), la tolleranza religiosa, il diritto all’istruzione, la parità tra i sessi (a cominciare dal riconoscimento del diritto di proprietà anche per le donne, non contemplato dalle leggi dell’epoca), la solidarietà.

Alla costituzione della società, nel 1844, i Pionieri definirono i propri scopi: “lo scopo e il programma di questa società è quello di adottare provvedimenti per assicurare il benessere materiale e migliorare le condizioni familiari e sociali dei suoi soci, costituendo un capitale di una sterlina per ogni azione per poter dare attuazione ai seguenti piani: la creazione di un magazzino per la vendita di derrate, abiti, ecc.; la costruzione o l’acquisto di un certo numero di case ove possano dimorare i soci, che desiderino aiutarsi vicendevolmente per migliorare la loro condizione familiare e sociale; la fabbricazione di quegli articoli che la società riterrà opportuni, per dare lavoro ai soci disoccupati o per aiutare coloro che soffrono in seguito a ripetute riduzioni dei loro salari; a maggior vantaggio e sicurezza dei suoi soci, la società acquisterà o affitterà una o più proprietà fondiarie che saranno coltivate dai soci disoccupati o il cui lavoro è mal retribuito; appena sarà possibile, la società si occuperà di regolare i poteri della produzione, della distribuzione, dell’educazione e della direzione o, in altri termini, di fondare una colonia che viva con i propri mezzi per gli interessi comuni o di aiutare altre società per la fondazione di consimili colonie”[10]. La cooperativa di Rochdale, dunque, in linea con gli ideali socialisti che la ispiravano, voleva costituire una sorta di “enclave” socialista in Inghilterra, da attuare però proprio mediante gli strumenti del lavoro industriale e della proprietà privata. Tale pretesa universale della società, che doveva pensare al socio e alla sua famiglia dalla nascita fino alla morte era caratteristica di quella prima esperienza.

I fondatori della Società erano contrari a che tutti gli utili derivanti dalla gestione commerciale venissero assegnati al capitale e la ricerca di un metodo che attribuisse proporzionalmente l’utile a coloro che contribuivano a produrlo, costituiva per i fondatori un problema da risolvere. Così optarono per una ripartizione trimestrale in base al ricavo netto della vendita al dettaglio di ogni reparto, dedotti le spese di amministrazione, gli interessi sui prestiti ricevuti, l’ammortamento del capitale, i dividendi, gli aumenti del capitale, e il 2,5% destinato a scopi educativi. Nacquero così i ristorni. Quella elaborata a Rochdale fu la prima vera soluzione pacifica al problema della contrapposizione tra capitale e lavoro: mediante la costruzione di un istituto giuridico, che a 60 anni dalla rivoluzione francese e, per di più in Inghilterra, appariva del tutto nuovo, si eliminava tale contrapposizione, estinguendo il delitto “per confusione”. Per la prima volta i lavoratori non incarnavano in una classe sociale (i borghesi) la loro nemesi e di conseguenza non vedevano nella sua eliminazione l’unica soluzione al problema. Al contrario, l’esperienza di Rochdale testimonia quanto in Inghilterra fosse chiaro già da allora, almeno ad una ristretta cerchia di intellettuali e pensatori, che il problema non erano i capitalisti, ma il capitalismo sregolato, retto dall’idolatria della concorrenza: tolto questo, si poteva vivere in pace con tutti. il contemporaneo Holyoake, dunque, sottolineava giustamente che “sarebbe altrettanto ingiusto condannare tutti i padroni che lodare tutti gli operai. Ma noi riconosciamo che gli operai sono i più infelici”[11]. Così nacque un nuovo modo di cambiare il mondo, basato sulle idee e non più sulla lotta di classe. Anche gli stessi socialisti fecero fatica ad accettare il cambio di rotta, ma già all’inizio del novecento capirono la portata travolgente della novità e rinunciarono alla lotta con i borghesi, accettandoli nei loro ranghi, purchè combattessero insieme a loro la battaglia: “i nostri compagni temono essi invece questo fatto dell’affluenza di intellettuali, di cuori nobili, di spiriti larghi, che dall’altra classe passano nel nostro campo? Io non temo né le ricchezze che posseggono nei loro cervelli, né quelle che posseggono nei loro scrigno; e se colle loto idee essi possono aiutarci a trovar la via, e se coi loro denari ci aiutano a percorrerla risparmiando vittime e sofferenze, io non temo che gli intellettuali vengano molto numerosi tra la classe operaia”[12].

Il primo a portare in Italia le idee dei probi pionieri fu Giuseppe Mazzini, esule in Inghilterra dal 1837, che era rimasto affascinato dall’ “associazione del capitale, dell’intelletto e del lavoro”[13]. Conosciuta l’esperienza cooperativa dai primi osservatori, quali G. J. Holyoake, se ne appassionò a tal punto da venir ricordato nelle relazioni di alcuni congressi cooperativi, che si svolgeranno decenni più tardi: “Illustri compatrioti vostri, viventi a quei giorni fra noi […] ci aiutarono nei nostri sforzi muovendo coi loto consigli la nuova arte dell’associazione. Così fece Mazzini, come pure il suo collega ed amico Aurelio Saffi: così fece Garibaldi, incoraggiandoci alla prova”[14].

La cooperazione di lavoro arrivò dunque in Italia con la mediazione di Mazzini e di un medico, suo amico, di nome Giuseppe Cesio, che redasse per 84 maestri maggiorenti vetrai lo “Statuto della Associazione Artistico-Vetraria di Altare” nei pressi di Savona. Tale società si costituì il 24 Dicembre 1856, fra coloro che, originari del luogo, costituivano anticamente “l’Università dell’arte vitrea”, che, in buona sostanza, era una corporazione. Nello statuto della società, infatti, furono inserite numerose clausole che impedivano l’accesso a chiunque non fosse appartenente alle dodici famiglie originariamente firmatarie e quindi lasciava grande spazio al lavoro dipendente. Questa tendenza è dovuta ad una fondamentale differenza tra la penisola italica e il resto d’Europa: la brevità dell’occupazione francese, che durò stabilmente poco più di cinque anni, non riuscì, nonostante l’estensione della legislazione dell’impero, ad estirpare la radicata cultura corporativa, profondamente legata al particolarismo comunale e feudale restaurato in seguito al congresso di Vienna nel 1815.

A partire da questa prima esperienza, il modello cooperativo dilagò velocemente in tutta la penisola, accompagnato sempre da Mazzini, che si fece principale promotore  di tale modello: nel 1856 costituisce a Genova una cooperativa di produzione tra sarti; nel 1859 si costituisce a Torino la stamperia dei compositori tipografi. Dopo l’annessione delle nuove province, si costituiscono a Milano cooperative di scalpellini, caffettieri e panettieri, mentre l’anno successivo la fondazione della Fratellanza Artigiana diffonde anche in Toscana la novità cooperativa.  Contemporaneamente viene alla luce la Consociazione Operaia, che promuove l’associazionismo tra altre categorie artigianali, quali caffettieri e parrucchieri. A Genova la Consociazione Operaia Genovese promosse la costituzione nel 1964 di cooperative di tipografi e orefici, si costituì un laboratorio cooperativo tra calzolai  e caffettieri associati impiantarono uno stabilimento per la fabbrica di birra, mentre una cooperativa di barcaioli, sorta nel 1857, ebbe enorme successo.

Grande rilievo nello sviluppo del movimento cooperativo in Italia ebbe anche Francesco Viganò, anche egli rientrato dall’Inghilterra con l’intenzione di mettere in pratica le idee di Rochdale.

Ovviamente è evidente come, almeno all’inizio, la forma cooperativa fu utilizzata per colmare il vuoto che era stato lasciato nella società italiana, dopo l’invasione francese alla fine del settecento, dalle corporazioni[15]. Le società cooperative si strutturano infatti, all’inizio, quasi esclusivamente tra soci che svolgono lo stesso mestiere o praticano la medesima arte, e il loro intento è anche quello di preservare interessi di categoria.

Per tutto il periodo finora descritto la cooperazione operò in regime di piena libertà , senza alcuna disciplina giuridica dettata in materia. La prima legislazione in materia di cooperazione fu incidentale all’interno di provvedimenti più generali: si menziona, ad esempio, nella L. 5784/1870 sul dazio, sul bollo, 2076/1874, e in quella che riguarda il registro, L. 2077/1874, volte più che altro ad espandere tali imposte a quelle società cooperative che non avessero come scopo sociale la “mera azione di beneficienza tra i soci”[16]. Il codice di commercio, riformato nel 1873 si mostrò molto lacunoso in tema di cooperazione, palesando l’intenzione dei conservatori di far convergere la disciplina di tale istituto in una legge speciale, al fine di non darle eccessiva risonanza. La stessa Relazione sulle società cooperative compiuta nel 1874 su incarico del Governo dalla commissione consultiva per gli Istituti di Previdenza e Lavoro si limitò ad un indagine statistica, tacendo la questione del riconoscimento legale dell’istituto. In ogni caso, anche quando alla fine nel codice di commercio trovò riscontro, il risultato fu, sostanzialmente, di estendere la disciplina delle società per azioni al fenomeno cooperativo, iniziando così il lento ma progressivo processo di assimilazione della cooperazione alla società capitalista, in opposizione alla quale era nata. Il fenomeno di crescita della cooperazione fu notevolmente incentivato dalla cd. Legge Baccarini n. 269/1882, che permise la bonifica di numerose zone paludose e che lo Stato potesse stipulare contratti di appalto anche con società cooperative, anche se solo per un valore non superiore alle centomila lire, elevate poi a duecentomila il 12 Maggio 1904. Seguendo un percorso di forte analogia con i collegia dell’antica Roma, dunque, la cooperazione si avvantaggiò all’inizio della gestione di servizio per conto dell’amministrazione pubblica, che se ne servì principalmente per la bonifica di alcune zone d’Italia.

La crescita del fenomeno cooperativo comportò la creazione di un livello più alto di collaborazione tra le società cooperative, che ne rappresentasse gli interessi e ne presentasse le istanze al governo: nacque così la Lega delle Cooperative il 10 Ottobre 1886. Parimenti, all’inizio del novecento, si affacciò sul panorama cooperativo la componente che, indiscutibilmente, diventerà protagonista al pari di quella socialista: nel 1908, infatti, viene ufficialmente costituita la Federazione cattolica delle Cooperative agricole italiane, che aveva funzione analoga alle Lega, riunendo ben 487 cooperative al fine di favorire, tramite l’intermediazione delle casse rurali, i piccoli coltivatori negli acquisti collettivi di terra. Il 14 maggio 1919 nasce la “Confederazione Cooperativa Italiana” , sigla Confcooperative, che ne costituisce il naturale sviluppo.

Tale sviluppo vide una battuta d’arresto enorme con l’avvento del fascismo, che osteggiò enormemente lo sviluppo del movimento, vedendo in esso uno strumento politico delle forze d’opposizione. La creazione dell’Ente Nazionale Fascista per la Cooperazione costituisce in realtà unicamente un modo, per il regime, di sottomettere il fenomeno nell’ordinamento corporativo fascista.

Una ripresa si ebbe solamente con il dopoguerra, dimostrando che il sentimento cooperativo non si era spento: il 26 Maggio 1945, un mese solo dopo la liberazione del paese, a Milano, si teneva a Roma una riunione di cooperatori, avente ad oggetto la ricostituzione della Lega Nazionale delle Cooperative, mentre già il 15 maggio 1945, ricorrendo l’anniversario della “Rerum Novarum” era stata ricostituita la Confederazione Cooperativa Italiana. In queste ricostituzioni si palesò maggiormente l’influenza dei partiti della resistenza sulle aggregazioni cooperative: tutti i partiti infatti presenziarono al convegno milanese della Lega e i cambi al vertice dell’organizzazione sono ascrivibili nel generale procedimento di rinnovo del PCI che Togliatti stava ponendo in essere. La Democrazia Cristiana invece aveva deciso di separarsi e di anticipare al 15 maggio la ricostituzione della propria sezione cooperativa al fine di differenziarsi dai socialisti, anche per ragioni di rapporti con gli alleati.

Il ritrovato favore per la cooperazione trova riconoscimento nella Carta Costituzionale all’ art. 45 e ancor più nel d. lgs. 1577/1947, nota come “legge Basevi”, dal nome del Direttore generale della cooperazione presso il Ministero del Lavoro. Tale intervento normativo si rifaceva ai principi della cooperazione fissati sin dal 1937 dall’Alleanza Cooperativa Internazionale[17]. In realtà qualche perplessità si può esprimere sull’idoneità di una tale legge a garantire l’indipendenza, sancito nel preambolo al primo posto, quando alla rifondazione delle associazioni cooperative contribuirono le forze politiche in gioco, le stesse che, poi, approveranno la legge. La prima disposizione della legge è, infatti, la concessioni di agevolazioni fiscali e la creazione di una sezione specializzata della Banca Nazionale del Lavoro destinata specificamente al finanziamento delle cooperative[18]. La concessione di tali benefici era condizionata alla iscrizione delle società nell’apposito registro prefettizio all’uopo costituito. La ragione di tale precauzione va ricercata nel contrasto alla creazione di società cooperative in frode alla legge, che già era fenomeno ampiamente diffuso, come risultava anche dai lavori della cd. “Commissione Rubinacci”, che asseriva che esistevano società che “avevano di cooperativistico solo la ragione sociale”[19].  In ogni caso tali norme contribuirono senza dubbio ad un veloce recupero dello sviluppo del fenomeno, che in pochi anni diventerà uno dei settori chiave dell’economia della neonata Repubblica. Cavalcando l’onda del favore del potere politico, il terzo settore è l’unico a crescere in questo difficile momento[20]. Questo grazie anche ad un riassetto e al riconoscimento del “carattere fisiologico del contatto con i terzi come regola non incompatibile con il modello cooperativo”[21].

Ormai, dunque, la cooperazione costituiva lo strumento privilegiato di promozione dell’occupazione in mano al potere politico. Negli anni successivi, dunque, la legislazione spinge in questa direzione, prima con la L. 49/1985 e poi con la L. 44/1986, concernente misure straordinarie per lo sviluppo imprenditoriale del Mezzogiorno, volte ad incentivare la costituzione di cooperative in quella area geografica, considerata meno economicamente sviluppata.

Ulteriori benefici furono concessi con la L. 381/1991 che forniva disciplina al settore delle cooperative sociali, nate per supplire alle mancanze dello stato assistenziale.

Al tradizionale problema della mancanza di capitale delle società cooperative venne invece posto rimedio con la L. 59/1992, che istituiva la figura del socio sovventore, nonché un fondo mutualistico per la promozione e lo sviluppo della cooperazione. Le società che vogliano mantenere i benefici fiscali sono tenuti a devolvere il 3% annuo degli utili al fondo, che avrà il compito di promuovere la costituzione di nuove cooperative sul territorio.

Tuttavia tra il 1993 e il 1994 il precipitare della situazione politica e sociale, dopo gli eventi di tangentopoli e l’avvento di nuove forze politiche in campo, determinarono una rottura dell’intesa tra politica e cooperazione. Ciò determinò un’inversione di tendenza nella concessione di benefici. La prima questione ad essere messo in discussione è la tassazione degli utili destinati a riserva indivisibile[22]. Seguì la discussione sulla concorrenza tra imprese cooperative e imprese commerciali viziata dalle agevolazioni[23].

[1] CAROSELLI M. T., Corporazione medievale (voce), in AZARA, A. – EULA, E. (a cura di), Novissimo Digesto Italiano, III ed., 1957, UTET – per le caratteristiche principali dell’istituto;

[2] ORLANDO V. E., Delle fratellanze artigiane in Italia, Firenze 1884, pag. 26 e ss. – sostiene tale opinione, ma molti si sono espressi in senso contrario asserendo la non continuità tra le due esperienze;

[3] DE ROBERTIS F. M., Collegium (voce), in AZARA, A. – EULA, E. (a cura di), Novissimo Digesto Italiano, III ed., 1957, UTET – per le caratteristiche principali dell’istituto;

[4] CORRADINI D., Il processo costituzionale nella Francia rivoluzionaria e il diritto privato, in diritto e Stato nella filosofia della rivoluzione francese, atti del colloquio internazionale, Milano 1-3 Ottobre 1990, Milano, Giuffrè Editore, 1992,  pag. 171;

[5] ALESSI F. P., Il socialismo e le società cooperative di produzione, Messina, Vincenzo Muglia Editore, 1904, pagg., 7-19:

[6] Declaration Universelle des droits de l’homme e du citoyen, 1789, in http://www.legifrance.gouv.fr/Droit-francais/Constitution/Declaration-des-Droits-de-l-Homme-et-du-Citoyen-de-1789;

[7] CORRADINI D., Il processo costituzionale nella Francia rivoluzionaria e il diritto privato, cit.,  pag. 187 – citazioni letterali;

[8] CAMMILLERI R., E tra l’individuo e lo Stato il nulla, in Avvenire, 14.6.1991, p. 13.;

[9] SCLOPIS F., Storia della Legislazione Italiana, vol. III, dal 1789 al 1847, Torino, Unione tipografico-editrice, 1864;

[10] HOLYOAKE G. J., la Storia dei probi pionieri di Rochdale, in Collana di studi cooperativi,18, Edizioni de La Rivista della Cooperazione, Roma, 1995, pag. 70 – citazione letterale del manifesto dei Probi Pionieri;

[11] HOLYOAKE G. J., la Storia dei probi pionieri di Rochdale, cit., pag. 58;

[12] ANSEELE E., – VANDERVELDE E. – SAMSON, Cooperazione e socialismo, Genova, Libreria Moderna, 1902, pag. 9 – il nome si SAMSON, purtroppo, non era riportato sulla pubblicazione (n.d.a.), pagg. 13-14;

[13] FABBRI, F., L’Italia cooperativa, Ediesse, 2011, Roma, pag. 28;

[14] Terzo congresso cooperativo, 1988, verbale, pag. 13 – 23;

[15] DEGL’INNOCENTI M., Geografia e strutture della cooperazione in Italia, in SAPELLI G. (a cura di), Il movimento cooperativo in Italia. Storia e problemi, Einaudi, Torino, 1981, pagg. 15-17;

[16] FABBRI F., L’Italia cooperativa, cit., pag. 44;

[17] SAPELLI G., La cooperazione: impresa e movimento sociale, Edizioni Lavoro, Roma, 1998, pag. 15-63;

[18] FORNASARI M.- ZAMAGNI V., Il movimento cooperativo nella Storia d’Italia. Un profilo storico-economico (1854-1992), Vallecchi, Firenze, 1997, pagg. 151-152;

[19]Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione dei lavoratori in Italia, Rapporti particolari di lavoro: contratto a termine, lavoro in appalto, lavoro a domicilio, apprendistato (relatori On. RUBINACCI L, On. BUTTE’ A.), in Relazioni della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni dei lavoratori in Italia, vol. VIII, Segretariati generali della Camera dei deputati e del Senato della Re­pubblica, Roma, 1959 (stampa 1960), pag. 191;

[20] SAPELLI G., Necessità di una teoria dell’impresa cooperativa, in AA.VV., L’impresa cooperativa negli anni 80. L’autogestione e i problemi della crisi economica, De Donato, Bari, 1982, pag. 72;

[21] NAPOLI M., Promozione dell’occupazione e legislazione di sostegno della cooperazione: bilancio e prospettive, Jus, 1985, fase. 1, pag. 123;

[22] NAPOLI, M., Promozione dell’occupazione e legislazione di sostegno della coo­perazione: bilancio e prospettive, Jus, 1985, fase. 1, pag. 127;

[23] COTRONEI, G., Le modifiche all’art. 12 della legge n. 904/1977, Riv.Coop., n. 2/2002, pag. 7;

Cooperativa: una breve storia

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