Arriva la seconda intervista d’oltremare con Keith Bybee

Keith Bybee è stato professore associato alla Harvard University nel dipartimento di scienze politiche ed attualmente è Professore di Studi sulle Elezioni Giudiziali della Cattedra “Paul E. e Hon. Joanne F. Alper ’72” presso il College of Law della Syracuse University. Ricopre incarichi di amministrazione nel College of Law e nella Maxwell School of Citizenship and Public Affairs. Dirige anche l’Istituto per lo studio della magistratura, della politica e dei media (IJPM), uno sforzo collaborativo tra il College of Law, la Maxwell School e la S.I. Newhouse School of Public Communications. Le aree di interesse di Bybee sono il processo giudiziario, la teoria legale, la filosofia politica, la politica LGBT, la politica della razza e dell’etnia, la politica americana, la legge costituzionale dei media. Tra i suoi libri: Mistaken Identity: The Supreme Court and the Politics of Minority Representation (Princeton, 1998; second printing, 2002), Bench Press: The Collision of Courts, Politics, and the Media, (Stanford, 2007), and All Judges Are Political – Except When They Are Not: Acceptable Hypocrisies and the Rule of Law (Stanford, 2010). His most recent book is How Civility Works (Stanford University Press, 2016)

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Che cosa portava gli Stati Uniti a passare ad un sistema di elezione dei Giudici nel diciannovesimo secolo?

Beh, in primo luogo, il diritto di eleggere i giudici è un interessante argomento di discussione è qualcosa che rende gli Stati Uniti praticamente unici nel mondo. Siamo tra le poche Nazioni che tengono elezioni dei giudici.

Infatti a livello statale n tutti gli Stati Uniti eleggiamo moltissimi dei nostri giudici: circa quaranta dei cinquanta Stati tengono elezioni dei giudici di qualche tipo e circa il 90% dei nostri giudici devono sottoporsi al vaglio delle urne.

Quindi le elezioni dei giudici sono qualcosa che non solo è presente negli Stati Uniti ma è accolta con entusiasmo e quasi universalmente.

Le radici del sistema affondano nel diciannovesimo secolo come suggerivi nella domanda e cominciò come molte cose nel periodo jacksoniano, compreso all’incirca tra il 1820 e il 1840, quando Andrew Jackson non solo era Presidente ma stava riformando la politica americana in modo radicale.

Al tempo la selezione dei giudici era identica a livello federale e statale: il Capo dell’Esecutivo – il Presidente per il livello federale e un Governatore a livello Statale – nominava qualcuno per l’ufficio di giudice e poi la “camera alta” del legislativo confermava la nomina – il Senato a livello Federale o la divisione superiore del braccio legislativo del livello statale.

Una volta arrivati all’ufficio, se i giudici servivano senza cattiva condotta, senza grosse questioni potevano restare in carica anche per tutta la vita.

Jackson e i suoi sostenitori pensavano che questo processo fosse profondamente corrotto, certamente a livello statale e che la selezione non favorisse il candidato migliore, cioè qualcuno che incarnasse le virtù che ci si aspettano da un giudice: imparzialità nell’applicazione della legge, il giusto grado di fermezza e competenza, ma piuttosto favorisse un “amico” del Governatore.

Era un sistema macchiato di clientelismo dalla prospettiva di Jackson e si voleva fare pulizia. Pensava che la cosa migliore da fare fosse demandare la selezione al popolo stesso portandola via dalle mani del capo dell’esecutivo e del legislativo, lasciando che fosse il Popolo a selezionare i giudici direttamente.

Pensavano che questo avrebbe prodotto una magistratura molto migliore che fosse meritevole di rispetto perché il popolo avrebbe scelto un giudice giusto non legato ad interessi particolari, ma un giudice fedele solo alla legge, perché consapevole di essere in ultima istanza legittimato dal Popolo.

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Magistratura Elettiva: l’Intervista
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